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CASELLA 8: Achille e Priamo

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“Non fu veduto entrare il grande Priamo. Si arrestò,
serrò i ginocchi di Achille, baciò le sue mani
tremende, omicide, che gli avevano massacrato
tanti figlioli.”
(Il, XXIV, v.477 ss)

priamo supplica achille

Siamo nel libro XXIV dell’Iliade, e assistiamo in disparte all’incontro fra il più temibile e prestante condottiero greco, Achille, e l’anziano, dignitoso re di una città in eterno assedio, Priamo. Tanti figli aveva il sovrano di Troia, ma li ha persi tutti ormai. Per ultimo l’amato Ettore, ucciso il giorno precedente dal Pelide, che per di più l’aveva oltraggiato trascinandolo intorno alla città sgomenta, in segno di vittoria e vendetta per la morte dell’amico Patroclo. Una catena di scontri, lutti e disperazione attraversa quindi la prima, celebre, opera omerica.
Eppure, al colmo dello sconforto, quando tutto sembra ormai perduto e l’umiliazione dell’anziano re si spinge fino a supplicare l’omicida del figlio più valoroso per riaverne indietro il corpo, ecco che, proprio allora, qualcosa accade.
Qualcosa che esprime la grandezza di questo poema, della grecità stessa e la sua perdurante, dolente, attualità.

Il vero eroe dell’Iliade, sosteneva la filosofa francese Simone Weil nel suo saggio L’Iliade, poema della forza (1939) è, appunto, la forza.
La forza ha la caratteristica conseguenza di rendere chiunque le sia sottomesso una cosa, aggiunge: perché lo uccide, certo, ma ancor più perché, se il vinto resta vivo, è comunque inerme e in balia delle scelte del vincitore. Questo è il caso di Priamo, supplice, ma ancor più dei Troiani quando diverranno schiavi di guerra. Fin qui, nulla si eleva al di là della pura disperazione.
I greci avevano capito bene, però, che la forza non stritola soltanto, ovviamente, le vittime, ma inebria anche chiunque creda di possederla. Quindi il vincitore. Nell’Iliade non c’è nessuno, che risplenda per una vittoria, che prima o poi non sia costretto a piegarsi a sua volta sotto il dominio della forza. Achille in primis. Il dolore, l’umiliazione, la paura, non risparmiano nessun vivente: gli eroi tremano come gli altri. E’ il destino cieco che domina sulle vicende di uomini e dei, e quello a cui il destino presta la forza rischia di perire per troppa sicurezza. Come ricorda Simone Weil: “gli uditori dell’Iliade sapevano che la morte di Ettore avrebbe dato breve gioia ad Achille, e la morte di Achille breve gioia ai Troiani, e la caduta di Troia breve gioia agli Achei.”

In questa sospensione fuggevole e temporanea delle divisioni di fronte, delle differenze di ruolo, delle responsabilità e degli errori, si colloca l’incontro dolente di Priamo con Achille.
La dura necessità che guida senza scampo la vita del guerriero e i compiti del monarca viene per un attimo accantonata, svelando la comune miseria che accomuna ogni uomo, specialmente in contesti in cui l’orrore e la sofferenza li circondano. L’eroe e il sovrano si scoprono, così, in una momentanea illuminazione, entrambi oggetto e strumento della forza che li trascina nell’impeto crescente di vendette e violenze.
I Greci erano perfettamente consapevoli della rarità e purezza di questi istanti, capaci di rivelare l’insensatezza e la ferocia del resto: infatti nell’Iliade tutto ciò che è assente dalla guerra e da essa minacciato e umiliato è avvolto nella poesia, mentre i fatti di guerra non lo sono mai. Nel poema sono inoltre presenti tutti i tipi di amore: paterno, filiale, amicale, coniugale, fraterno o verso l’ospite, e i momenti dove questi sentimenti si affacciano sono brevi, ma tali da far sentire appieno il rimpianto e il dolore per tutto quello che l’uso della forza farà presto scomparire. Priamo e Achille si ritrovano, per un istante, a ripensare insieme ciò che è perso: il re i suoi numerosi e giovani figli, Achille l’amato padre e l’amico Patroclo su tutti. Achille concede così il corpo del terribile avversario al padre, disposto a supplicare il suo uccisore, e offre al canuto re cibi e accoglienza. Fino ad arrivare addirittura a un attimo di comprensione profonda e ammirazione reciproca fra i due, apparentemente così distanti:

“Ma quando fu placato il bisogno di bere e di mangiare,
prese allora il Dardànide Priamo ad ammirare Achille,
com’era grande e bello; aveva il volto di un dio.
E a sua volta il Dardànide Priamo fu ammirato da Achille
che gli guardava il bel volto e ascoltava la sua parola.
E quando si furon saziati di contemplarsi l’un l’altro…”
(Il, XXIV, v.800 ss)

Nulla di prezioso, seppur destinato a perire, è disprezzato dall’animo greco. Non c’è culto della forza e gusto della distruzione, quindi, bensì tutto ciò che è distrutto è rimpianto. Questa sublime pietà derivava ai greci, secondo Simone Weil, dall’enorme forza d’animo che avevano di non mentire a loro stessi, comprendendo la comune condizione umana, e riconoscendosi nei vincitori allo stesso modo che nei vinti.

E adesso?
Se cerchi PACE, vai alla casella 14,
se vuoi approfondire il tema della GUERRA, vai alla casella 15.

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- Stojil, Stojil, tu che mi avevi giurato di essere immortale! - E' vero, ma non ti ho mai giurato di essere infallibile. (D.Pennac, Signor Malaussene)

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