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CASELLA 9: Il clown e la ballerina

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Charlie Chaplin senza Charlot.
Un clown appassionato, ma senza futuro, incontra una ballerina con un futuro, ma senza passione.

Questo, assai sommariamente, il fulcro di uno dei lavori del comico londinese che amo di più: “Luci della ribalta” (1952), dove un Chaplin ormai anziano, dismessi i muti panni di Charlot, fa di se stesso un personaggio.
Dopo un’infanzia travagliata, la vocazione a una comicità malinconica (generatrice del Vagabondo), eclatanti successi, prolungati silenzi, prese di posizione politiche e tormentate vicissitudini sentimentali, Charlie Chaplin ha ormai un bel carico di gioie e ferite sulle spalle, e in questo film sembra voler chiarire alcuni punti acquisiti della sua visione del mondo. Della sua filosofia.
Molti sono i momenti di dialogo e di riflessione che si intercalano in quest’opera, distaccandola, ovviamente e nettamente, dai famosi film chaplinani degli anni ’20 e ’30. Non per questo, però, è minore la carica umana e poetica che vi si trova, come non sono mai scontate o prive d’ironia le caratterizzazioni.

Dev’essere un comico ormai al tramonto di nome Calvero, infatti, lui stesso per primo deluso dalla vita e capace di sopportarla solo grazie all’alcool, a tirare fuori dalla depressione una graziosa ballerina, Terry, già arresa alla vita e incapace di rialzarsi dal letto e affrontare il futuro.
Il vecchio attore, che nessuno vuole più, si ritrova a convincere la giovane ballerina che vale sempre la pena lottare per chi e cosa si ama, scoprendo nella passione (in tutte le sue declinazioni) l’unica vera medicina all’apatia e alla disperazione in cui i tempi moderni sempre più portano a cadere.
E’ affascinante, a mio parere, che la voglia di vivere e la passione artistica in Calvero risorgano proprio quando appaiono al maggior grado di declino, continuamente frustrate da insuccessi e umiliazioni. Nonostante il suo rapporto di amore-odio col pubblico, la consapevolezza della volubilità del suo lavoro e del rapido spegnersi degli applausi, quindi, Calvero non può che ritornare su un palcoscenico per rivelarsi. Sotto una scorza ormai dura come la sua, che sembra rassegnata al peggio, basta il contatto con una giovane vita incapace di cogliere le possibilità e le speranze che ha ancora di fronte, per far riemergere la pelle ancora sensibile dell’artista e del comico.

Per dirla con una battuta del film, che spiega assai meglio tutto ciò:

Calvero (a proposito del teatro) – “Questa è la mia casa, qui.”
Terry – “Credevo che odiassi il teatro.”
Calvero – “Vero. Odio anche la vista del sangue, ma l’ho nelle vene.”

Se c’è una vera passione, sembra dire Chaplin, questa non può scomparire del tutto: magari si può affievolire, ma ugualmente può tornare a risplendere quando meno ce lo aspettiamo. Con il vantaggio ulteriore che può essere contagiosa e far ritrovare ad altri, come a Terry in questo caso, la motivazione e il coraggio perduti.
Non per questo tutto è perfetto, non per questo tutto si risolve: Chaplin certo non è uno sprovveduto a tal proposito, ma se ci è data una vita crede anche che si debba lottare per farla fiorire, ognuno nel proprio modo e coi propri talenti.

La difesa rabbiosa e timida di quell’unica possibilità che è la vita, di quella forza appassionata che risiede in ognuno e che troppo spesso è da noi dimenticata, però, la lascio a Chaplin/Calvero. Sono meglio le sue parole.

Ora una nuova scelta:
se vuoi fare della tua passione un LAVORO, vai alla casella 10,
se preferisci che sia solo un DIVERTIMENTO, vai alla casella 28.

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- Stojil, Stojil, tu che mi avevi giurato di essere immortale! - E' vero, ma non ti ho mai giurato di essere infallibile. (D.Pennac, Signor Malaussene)

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