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CASELLA 15: Il nome del deserto

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“Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, falsi, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, dicono che è la pace.” (Tacito, Agricola, 30)

“Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.”

Queste le ultime parole del testo latino che, in una traduzione secondo me migliore, andrebbero rese così: “dove fanno il deserto, gli danno il nome di pace.”
A pronunciare questa invettiva è Calgàco, capo dei Caledoni, una tribù britannica che nell’83 d.C., durante il regno dell’imperatore Domiziano, guidò una rivolta contro i Romani invasori, comandati da un altro valoroso condottiero, quel Giulio Agricola che dà il nome all’opera citata.
E che era anche il suocero di Tacito, autore di quest’opera del 98 d.C., figura essenziale per capire le trame, gli inganni e la corruzione del periodo imperiale; storico insuperabile per la visione lucida e realistica della politica del suo tempo, come per lo stile disarmonico, ellittico e tormentato che lo rende poco amato dagli studenti dei licei ma ancora oggi affascinante e quasi contemporaneo agli occhi di molti.
Destinatari dell’invettiva sono ovviamente i Romani, da cui i Britanni vogliono fieramente difendersi fino alla fine, sapendo ormai di non avere più scampo: si ritrovano infatti circondati per terra e per mare, mentre le altre tribù, ad una ad una, si sottomettono al volere del più forte. Il destino dei Caledoni è segnato, ma la loro tribù preferisce comunque l’ultimo scontro col nemico e una certezza di morte, piuttosto che una resa servile.

Tutto ciò lo sappiamo tramite le parole di Calgàco. Ovvero di Tacito stesso.
Pur essendo Romano, pur riconoscendo i tanti meriti del combattente e del Romano a cui la monografia è dedicata, Tacito segue infatti il rigido, onesto, criterio storiografico classico che prevede l’obbligo di immedesimarsi nelle posizioni del nemico, capirne le ragioni e cercare di presentarle nel modo più chiaro possibile. E, se leggiamo il seguito dell’arringa del capo britannico ai suoi soldati, certo Tacito spiega la situazione senza mezze misure. Dice Calgàco:

“È legge di natura che ciascuno ami i figli e i congiunti come le cose più care: i primi ce li portano via con le leve e li mandano a servire in paesi lontani; quanto alle nostre mogli e alle nostre sorelle, se pure sfuggono alle voglie del nemico, sono violentate da quelli che si fanno passare per amici e ospiti. I nostri beni se ne vanno in tasse, il lavoro di un anno nei campi è il frumento che bisogna consegnare e anche il nostro corpo e le nostre braccia si logorano, tra bastonate e insulti, a costruire strade per loro in mezzo a paludi e a foreste.”

Cosa rende i Romani così forti? La loro supremazia sarà davvero perenne?

“Sono le nostre divisioni, le nostre discordie che li hanno resi famosi”, continua il comandante caledone, “e loro trasformano le colpe nemiche in gloria del proprio esercito. Ma questo esercito, accozzaglia di genti di ogni tipo, se ora è unito per le vittorie, verrà dissolto dalla sconfitta; perché non è possibile credere che ai Romani siano legati da vero attaccamento i Galli, i Germani e – fa vergogna dirlo – anche quei molti britanni che, se pur offrono il sangue alla dominazione straniera, sono stati tuttavia più a lungo nemici che servi. Paura e terrore sono vincoli d’affetto deboli: spezzateli e dove cessa il timore comincia l’odio.”

Lucida è la disamina del ruolo del vinto, quale Calgàco sa di essere e sarà.
Lucido è il destino da lui previsto.
Netto è infine il giudizio su chi ora impera ma, presto o tardi, finirà anch’esso per soccombere. Tra l’altro, proprio per mano delle (future) invasioni di popoli barbari.
Il vero nemico di Calgàco infatti (e quindi di Tacito stesso) non è Giulio Agricola, che anzi viene presentato come modello di comandante coraggioso, cittadino ideale e uomo moralmente retto; come colui che non si ribellò pubblicamente a Domiziano, che pure lo invidiava e lo avrebbe volentieri ucciso, perché soltanto così poteva continuare ad agire per il bene dello Stato. L’obbiettivo delle polemiche sempre più taglienti e feroci di Tacito è invece quell’Impero in cui lui non si riconosce più, dove l’abilità retorica è diventata inutile, perché è venuto meno il libero confronto/scontro della cittadinanza, e l’iniziale accoglienza dello straniero si è convertita in semplice sopraffazione e sfruttamento. Insomma, Tacito riesce a far parlare in modo credibile il barbaro Calgàco perché a lui davvero assomiglia.

Ancora più impressionante è poi l’affinità che possiamo trovare fra quell’antica lotta, per noi così remota, e le guerre di ogni tempo. A una lontana battaglia fra Britanni e Romani Tacito riesce a dare, come tutti i grandi, un respiro universale.
Passano gli anni, i secoli e i millenni; cambiano i vincitori e i vinti, i popoli e le nazioni, ma ciò di cui l’imperialismo romano era accusato dal comandate caledone è, in modo fin troppo attuale, quello che si può imputare anche a molti poteri di ieri e di oggi.


Fa rabbrividire il pensiero che scene come quelle raccontate nel I secolo d.C. possono essere viste oggi stesso aprendo un giornale.
Si scorgono, infatti, dovunque c’è un potere che, basandosi sulla paura e sul terrore (oggi più che mai!) evita ogni tipo di confronto pacifico e sa solo distruggere ciò che vuole invadere e assimilare.
Che, sia una potenza occidentale o il fanatismo orientale, riesce solo a crearsi intorno il deserto.
E, oltretutto, a dargli in nome di pace.

Non è facile affrontare tutto ciò. Tu, cosa fai?
Se vuoi dare una possibilità alla SPERANZA, vai alla casella 16,
se ti abbandoni alla DISPERAZIONE, vai alla casella 25.

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- Stojil, Stojil, tu che mi avevi giurato di essere immortale! - E' vero, ma non ti ho mai giurato di essere infallibile. (D.Pennac, Signor Malaussene)

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