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CASELLA 16: Quello che manca

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“Molte opere degli antichi sono divenute frammenti.
Molte opere dei moderni lo sono già sul nascere.”
(F.Schlegel, Frammenti dall’ «Athenaeum»)

Turner

Transetto dell’Abbazia di Tintern, W.Turner

Non c’è nulla di più adatto a esprimere l’incompiutezza dell’epoca moderna, specialmente di quella vissuta ed espressa dai Romantici, del frammento.
Frammento letterario che trova il suo contrappunto architettonico nei “frammenti” di strutture antiche: quelle rovine, quei luoghi abbandonati, semidistrutti e invasi dalla natura tanto cari agli artisti romantici.

Proprio di frammenti e mancanze parleremo ora.
E del loro legame, strano a dirsi, con la speranza.

Ci guideranno in questi passaggi le riflessioni filosofiche di un personaggio forse poco noto ma significativo come Friedrich Schlegel.

Il frammento era infatti la modalità espressiva preferita dal Circolo di Jena, gruppo di intellettuali, filosofi e poeti tedeschi che riuniva in sé nomi del calibro di Schelling, Novalis e, appunto, i fratelli Schlegel, e che manifestò la sua visione estetica proto-romantica sulla rivista Athenaeum.
C’è una bella differenza, però, fra i frammenti degli Antichi arrivati a noi tramite le mille peripezie della storia e i frammenti composti (o rappresentati) dai Romantici: come ci ricorda la citazione iniziale, infatti, i primi non sono nati come tali, ma sono ciò che resta di più compiute e totali creazioni; mentre i secondi sono opere frammentarie in partenza e che, oltretutto, non potrebbero essere altrimenti.
Perché?

Perché i filosofi e gli artisti romantici sentono fortemente il vuoto lasciato dalla perduta bellezza antica e sanno bene che essa è irrecuperabile per i moderni, abitanti ormai di universi più infiniti e incerti del preciso e ordinato mondo antico (o dell’idea di esso che ci è stata tramandata).
Nel continuo balletto fra poesia e critica che portano avanti nelle loro creazioni, i Romantici dimostrano come per l’uomo moderno sia ormai impossibile prescindere dall’autoconsapevolezza e dalla riflessione: è impossibile per noi sentire senza riflettere, creare senza criticare, vivere senza vederci vivere.
L’uomo moderno è quindi condannato a essere diviso fra il desiderio d’infinito e di assoluto che sente in sé, e l’altrettanto chiara coscienza che ha della propria caducità e dei propri limiti. Diviso fra se stesso e il mondo, il finito e l’infinito, l’uomo moderno sente la sproporzione fra ciò che può e ciò che vorrebbe fare, e la consapevolezza di questa sproporzione lo rende disperato e insoddisfatto.
Dal tentativo continuo di trascendere i propri limiti, mentre vi è ogni volta ricondotto, nasce l’impossibilità per lui di essere compiuto, intero.
Gli manca sempre qualcosa. E quindi si esprime per frammenti.

Siamo abituati a pensare, però, che la mancanza sia solo qualcosa di negativo, sbagliato, disperante. Ma se è facile associare i Romantici alla loro tensione frustrata verso l’infinito, è più difficile ricordare che, in relazione a essa, furono loro i primi a dare spazio, peso e importanza anche al tema dell’autolimitazione.
Nella vita come nell’arte.

Proprio F.Schlegel afferma infatti, in uno dei suoi Frammenti Critici:

“Per poter scrivere bene su un oggetto, non dobbiamo più interessarcene […].
Finché l’artista inventa e si entusiasma, si trova rispetto alla comunicazione in una condizione almeno illiberale. Egli vorrà dire tutto, il che è una tendenza erronea []. Così facendo egli disconosce il valore e la dignità dell’autolimitazione che per l’artista è pur sempre la prima cosa e l’ultima, la cosa più necessaria e più alta.
La più necessa
ria: perché là dove uno non si limita finisce per essere limitato dal mondo; e in tal modo diviene uno schiavo. La cosa più alta: perché ci si può limitare nei punti e nelle parti in cui si possiede un’infinita forza, autocreazione e autoannientamento.”

Porre un limite alle nostre pretese, ci dice il filosofo tedesco, non le svilisce: le rafforza.
La capacità di limitarsi, infatti, presuppone, conferma e dimostra che siamo esseri rivolti all’infinito, che possiamo aspirare a molto di più dei confini che ci circondano. L’arte romantica cerca continuamente di far incontrare bellezza e logica, vita e filosofia, tentando in uno sforzo senza pace di ricomporre scissioni e di aprire gli orizzonti infiniti che si intuiscono dietro la nostra finitezza. Per questo è un’arte mai compiuta, sempre in divenire, che riesce a esprimere solo qualche pezzetto di quell’assoluto che si fa rincorrere ma non acchiappare.

Il limite si pone quindi per poterlo oltrepassare, ci rappresenta ma allo stesso tempo non ci basta, facendo da stimolo e non da freno verso la capacità creatrice e riflessiva del soggetto moderno. Questo slancio mancava agli Antichi e rende i Romantici nuovi, in grado di mettersi in discussione e irriducibili al proprio passato. In questo senso, le mancanze moderne hanno una forza inaspettata che le avvantaggia rispetto alla presunta completezza antica.

Nello scritto Sui confini del bello, F. Schlegel infatti dirà:

“questa coerenza di contro alla nostra frammentazione, questi insiemi puri di contro alle nostre infinite mescolanze, questa semplice determinatezza di contro alla nostra meschina confusione fanno sì che gli Antichi sembrino uomini di una schiatta superiore. Tuttavia non dobbiamo provarne invidia come se fossero i figli prediletti di un’arbitraria fortuna. Le nostre stesse mancanze sono le nostre speranze; poiché esse scaturiscono da quella stessa supremazia dell’intelletto il cui compimento, sebbene lento, non conosce limiti.”

Le nostre mancanze sono le nostre speranze, quindi.

Esse non sono un intralcio, bensì uno spazio necessario per poter continuare a vivere e creare.

Cosa ti interessa di più?
Se preferisci approfondire il valore del LIMITE, vai alla casella 26,
se ti affascina l’IRONIA che deriva da questo approccio, vai alla casella 27.

 

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- Stojil, Stojil, tu che mi avevi giurato di essere immortale! - E' vero, ma non ti ho mai giurato di essere infallibile. (D.Pennac, Signor Malaussene)

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