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CASELLA 17: L’uomo da giorni feriali

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Una buona parte – se non la maggiore – delle cose che ho imparato all’Università e che mi hanno colpito così tanto da rimanermi conficcate nella testa ad anni di distanza, non stava nelle lezioni, ma nelle digressioni dei prof.
Un giorno, ad esempio, il prof. Sergio Moravia, insegnante di Storia della Filosofia a Firenze, mentre parlava di Karl Marx fece un discorso di questo genere:

“Nella nostra società e nella nostra epoca, il sogno dei più è di avere un lavoro serio, impegnativo, sicuro, da svolgere con diligenza e secondo precisi orari, dal lunedì al venerdì. A volte, anche di sabato.

Solo la sera tardi, quando è a casa e ha il cosiddetto “tempo libero”, oppure nei giorni festivi, per esempio la Domenica o per le feste comandate, all’uomo moderno è permesso svolgere quelle attività che ama, che lo gratificano profondamente e che vorrebbe davvero fare, magari, nella vita.

Parlo specialmente delle arti: scrivere, dipingere, creare nelle varie forme possibili.  Ma anche fare sport, viaggiare o leggere un libro. Tutto ciò che comporta piacere è considerato un di più, un privilegio che va guadagnato e che possiamo concederci solo una volta assolto il duro obbligo del lavoro, grazie ai risparmi messi da parte per questo, sopportando la noia e la fatica di ogni giorno.”

Insomma, era come se dicesse che esisteva un uomo da giorni feriali e uno da giorni festiviQuesto mi colpì e mi ricordo. Perché è vero, a mio giudizio.

Ovviamente parlo di lavoro. Tralascerò un punto (essenziale, ma non in questione adesso): al di là di quanto scritto sopra, è indubbio che oggi, per molti, è diventato un privilegio avercelo proprio un lavoro, e quindi spesso si è disposti ad adattarsi a qualunque impiego pur di portare a casa uno stipendio. Questo è un comportamento necessario, encomiabile e, naturalmente, da rispettare assai.

Il punto che però vorrei evidenziare qui è un altro: nella maggioranza dei casi, quando una persona lavora, e magari non è neanche pressata da particolari esigenze economiche o necessità familiari ma cerca solo di strutturarsi una vita degna e mediamente soddisfacente, il lavoro viene da lei comunque visto come qualcosa di obbligatorio, pesante o, al massimo, noioso, da assolvere nei giorni feriali per mera routine, aspettando la salvezza del weekend per riposarsi o realizzarsi pienamente; ovvero come un ripiego grazie a cui sopravvivere e non come un’occasione per migliorare se stessi e il mondo.

Insomma il lavoro, nella società moderna, non è più un fine, fonte motivante di realizzazione, ma è diventato solo un mezzo, malpagato e spesso penoso, per soddisfare altri bisogni. In altre parole, oggi:

“il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e […] l’operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito. L’operaio si sente quindi con se stesso soltanto fuori del lavoro, e fuori di sé nel lavoro. A casa sua egli è quando non lavora e quando lavora non lo è. Il suo lavoro non è volontario, bensì forzato, è lavoro costrittivo. Il lavoro non è quindi la soddisfazione di un bisogno, bensì è soltanto un mezzo per soddisfare dei bisogni esterni a esso.”

Questa estraniazione riporta proprio alle parole succitate, dette da Marx nei suoi Manoscritti economico-filosofici (1844) quando parlava di alienazione. Parole che, se valevano appieno per l’operaio ottocentesco, riguardano però anche oggi (purtroppo) la maggior parte dei lavoratori, non solo nelle grandi aziende o nelle catene di montaggio. Il punto è che il lavoro (se c’è) è quell’attività e quello spazio dove passiamo la maggior parte del tempo, durante la vita. E per quanto sia giusto dare attenzione anche ad altro, siamo sicuri che il mestiere che svolgiamo debba ridursi solo a un riempitivo delle settimane, aspettando di vivere vite che magari non vivremo mai?

Oggi è da considerarsi fortunato chi riesce a “farsi piacere” il lavoro che trova, ma è davvero un peccato che la carica dirompente e vitale del lavoro come attività bella, libera, di realizzazione di sé e, quindi, di miglioramento collettivo sia considerata una presa in giro o, nel migliore dei casi, una chimera. Anche perché, come ci ricorda sempre Marx, il risultato di questo atteggiamento, introiettato fin da piccoli, “è che l’uomo (il lavoratore) si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni bestiali, nel mangiare, nel bere e nel generare, tutt’al più nell’avere una casa, nella sua cura corporale ecc., e nelle sue funzioni umane si sente solo una bestia.”

Il tutto si adatta, in fondo, a una società capitalistica che, se non assesterà il tiro e non troverà valide alternative, dimostrerà sempre più le sue mancanze, riducendo il vasto panorama sorprendente dell’Umano a un esercito più o meno accomodante, rassegnato, che scambia i fini coi mezzi e crede di essere libero nelle sue scelte, ma baratta la sua libertà per un giro in più di shopping. Infatti:

“il capitalismo moderno necessita di uomini che cooperino in vasto numero; che vogliano consumare sempre di più; i cui gusti siano standardizzati e possano essere facilmente previsti e influenzati. Necessita di uomini che si sentono liberi e indipendenti […] e tuttavia siano desiderosi di essere comandati […], di adattarsi alla moderna macchina priva di frizione; che possono essere guidati senza la forza […], incitati senza uno scopo, tranne quello di rendere […], di funzionare, di andare avanti.” (E.Fromm, L’arte di amare)

Sarebbe bello ricordarsi e ricordare sempre più quanto il lavoro (come la politica, d’altronde) dovrebbe essere un’attività bella, nobile, appagante e giusta che ci illumina e ci libera, non un dovere impostoci da sopportare e che ci spinge a cercare noi stessi nel weekend. Magari fino a invidiare o detestare pure quei pochi che, lottando, sono riusciti a fare della loro arte, passione o talento il proprio lavoro.

Se imparassimo tutti ad essere un po’ meno uomini da giorni feriali, diventando di più uomini da giorni festivi, ne avremmo infatti un doppio vantaggio: il lavoro recupererebbe la dignità propria delle attività che amiamo, e ciò che amiamo non sarebbe declassato a mero passatempo domenicale.

Basta chiacchiere!
Se Marx ti ha fatto venire voglia di un CAMBIAMENTO, vai alla casella 5;
se pensi che l’unica alternativa all’alienazione del lavoro sia il DIVERTIMENTO, vai alla casella 28.

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- Stojil, Stojil, tu che mi avevi giurato di essere immortale! - E' vero, ma non ti ho mai giurato di essere infallibile. (D.Pennac, Signor Malaussene)

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