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CASELLA 18: I dintorni dell’amore

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Stavolta vi propongo un classico della letteratura per ragazzi: Il Piccolo Principe.
E, nello specifico, un classico dentro al classico: l’incontro fra il ragazzino venuto dal cielo e la volpe che gli insegna ad amare.

Perché se Calvino, come credo, ha ragione a dire che “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”, non mi voglio spaventare affrontando per la millesima volta questo capolavoro per l’infanzia (che poi tanto per l’infanzia non è) in cui sono sicura di trovare sempre nuovi spunti illuminanti.
Anzi, voglio usare questo classico come scusa, come cardine e grimaldello per riuscire a capire qualcosa in più di un argomento tanto oscuro quanto indagato, tanto semplice quanto irrinunciabile: ovvero di quella sciocchezzuola che è l’amore.

Fra le tante frasi fin troppo celebri dell’incontro fra il Principe e la Volpe, la mia frase preferita lo è un po’ meno. La volpe, fattasi addomesticare, prima che il ragazzino in cerca di amici se ne vada, gli regala questo monito e questo conforto, dicendo:
“tu diventi responsabile per sempre di ciò che hai addomesticato.”
L’amore del Piccolo Principe per la sua rosa (ma anche per la volpe e, in fondo, per il pilota a cui il ragazzino affida il racconto del suo viaggio) colpisce dritto al cuore tutti i suoi lettori, dai 6 ai 99 anni, perché mostra qualcosa di ovvio eppure sempre più necessario: ci ricorda cioè che esiste una sapienza dell’amore.
L’amore non è un sentimento banale che tutti sanno esprimere e gestire, ma ad amare si impara, specie se si cerca il più puro e forte legame che ci sia: quello dell’amore che cura, dell’amore responsabile.

La parola responsabilità, come accade a tutti i termini che vengono abusati, ha oggi assottigliato il suo senso, sfilacciato dal troppo e male declamarlo.
Se “essere responsabili” vuol dire, infatti, al livello più elementare, essere disposti a “rispondere” per sé o per un altro, di ciò che si dice e si fa, ovvero essere in grado di immaginare le conseguenze delle proprie/altrui azioni per poi, eventualmente, assumersene il carico e pagarne lo scotto, si capisce subito che un termine così, con la serietà dell’impegno che pretende e la visione lungimirante che propone, non si adatta affatto ai giorni nostri. Almeno se lo prendiamo nel suo senso autentico e non demagogico.

Siccome quindi l’amore che presuppone in sé questo carico di pazienza e questa magia rituale, questa speranza di futuro e questo impegno di cura, non è molto facile da spiegare (soprattutto se non si è Antoine de Saint-Exupery), voglio provare a farlo al modo della teologia negativa. La teologia negativa era ed è un approccio filosofico che, di fronte alla immensa potenza e grandezza di Dio, afferma di non riuscire a parlare di una tale grandiosa materia se non per mezzo di negazioni, dicendo perciò solo ciò che Dio “non è”.
Considerando che Dio e l’amore dovrebbero andare a braccetto, quindi, perché non usare questo espediente anche qui?

Esplorando i dintorni dell’amore, possiamo quindi dire che l’amore responsabile NON è:

  • padrone: perché non prevede che uno dei due elementi del rapporto domini sull’altro.
    Né tramite la forza di chi pretende il possesso altrui (ovviamente) ma neanche tramite un atteggiamento più subdolo, paternalistico, di una cura mal interpretata da una delle due parti in causa, dove l’uno non vuole veramente proteggere l’altro da ciò che di male potrebbe incontrare dentro e fuori, ma lo vuole rendere solo uguale e dipendente da sé.
    Questo non è un amore sano, responsabile, proprio perché toglie la responsabilità a una delle due parti, considerandola, di fatto, inferiore, e degna solo di essere educata. La Volpe, a mio avviso, questo lo sa bene, perché è vero che nel racconto è il Piccolo Principe ad addomesticarla, ma lo fa solo su sua precedente concessione (“la volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: per favore…addomesticami! disse”) e seguendo le sue giustificate indicazioni. Qui non c’è chi comanda e chi esegue ma ci sono due complici che imparano l’uno dall’altro con fiducia reciproca. Sembra a questo punto evidente che l’amore responsabile abbia a che fare pure con quell’altra piccolezza, tanto facile a dirsi quanto difficile a mantenersi, che è la libertà, propria e altrui, e la stima reciproca del mondo interiore ed esteriore l’uno dell’altro. Insomma, la fusione di due in uno non è buon segno, perché toglie. Il rispetto dell’unicità e delle differenze dell’altro, sì, perché accoglie.

 

  • giudice: i due elementi del rapporto non saranno quindi neanche giudici l’uno dell’altro.
    I suggerimenti che la Volpe dà al Principe, facendosi addomesticare, sono infatti indicazioni basate sulla sua personale sapienza e su fondate ragioni, che però non tolgono al loro rapporto, che diventa sempre più intimo, il privilegio di una costante evoluzione da vivere insieme e in maniera unica per ogni legame. Riconoscere le proprie differenze non basta: la consapevolezza di essere diversi, infatti, ci rende semplicemente estranei, se poi non arriva a intervenire il potere riunificante dell’amore.
    Come dice Erich Fromm, a proposito di Adamo ed Eva dopo il peccato originale: “pur riconoscendo la loro separazione, essi restano estranei, perché non hanno ancora imparato ad amarsi (il che appare chiaro dal fatto che Adamo si difende biasimando Eva, anziché difenderla). In questa consapevolezza dell’umana separazione, senza la riunione mediante l’amore, sta la fonte della vergogna. E, nello stesso tempo, è fonte di colpa e di ansia.” Due solitudini non fanno una compagnia, tanto meno un amore. E Adamo, scoperto nella sua debolezza da Dio, non fa che scaricare (quindi non se la assume!) la responsabilità del peccato su Eva, giudicandola e aspettandosi che Dio pure lo ringrazi per questo. Ma così Lui non fa, perché giudicare gli altri non è solo diverso dall’amare, è proprio il suo contrario. Per questo l’amore non deve essere né un facile meccanismo per fuggire alla solitudine né una scusa per chiudersi nella propria arroganza, ma una scelta libera e una ricerca adulta che richiede sapienza, tempo e pazienza.

 

  • passante: a tal proposito, in un rapporto d’amore, non si è nemmeno passanti distratti nella vita dell’altro.
    Se i punti precedenti avevano a che fare con le dinamiche dell’addomesticamento, quindi, questo ha più a che fare con l’avverbio “per sempre”, contenuto nell’insegnamento della volpe. Non solo l’amore responsabile non spadroneggia o si sottomette, non giudica o fugge la solitudine, cioè, ma è pure fiducioso e costante. Necessita di pazienza per germogliare e di una costanza di attenzioni per rafforzarsi e durare.
    Il paradosso della cura
    nei rapporti, che fa in modo di scoprire sempre qualcosa di nuovo nell’altro e non considerarsi mai arrivati, me ne fa venire in mente altri: i paradossi del continuo. Evitando eccessivi approfondimenti, diciamo che i paradossi del continuo sono “stranezze” matematiche che il senso comune non riesce ad accettare. Classico esempio: se gareggiassero in velocità Achille e una tartaruga, chi vincerebbe? Alla nostra risposta scontata si oppone il paradosso del filosofo greco Zenone.
    Lui ci fa riflettere, dicendo: se Achille concedesse un piccolo vantaggio iniziale alla tartaruga, non sarebbe più in grado di raggiungerla, perché nel tempo impiegato da lui per colmare quella distanza, la tartaruga avrebbe guadagnato per sé un nuovo tratto, e così ogni volta. I matematici sanno che, se si ripetesse questo schema all’infinito, Achille riuscirebbe in poco tempo a raggiungere il lento animaletto, ma resta il problema di fondo: come riesce l’eroe greco a percorrere infiniti tratti di spazio?
    Come in una linea fatta di punti non si può trovare il punto immediatamente successivo all’altro o come un lungo percorso non può essere la somma di piccoli, infiniti tratti di spazio, così l’instaurarsi dei legami nel tempo non è misurabile o razionalizzabile, ma contiene in sé quella quota di irrazionalità che si apprezza solo accettando di godere del tempo insieme e non pensando di aver raggiunto un risultato definitivo e, quindi, mortale. Continuando piuttosto ad andare avanti con costanza, come Achille con la tartaruga e come la Volpe col Principe ragazzino, a cui lei infatti ricorda questo: “non si conoscono che le cose che si addomesticano.”

Io non so se l’amore lo conosco, quindi, ma questi piccoli capolavori, ne sono certa, almeno me ne hanno fatti intuire i dintorni.

Pronto per il nuovo passo?

Se la responsabilità ti spinge all’AZIONE, vai alla casella 24;
se ti blocca e ti spinge a chiuderti, vai alla casella speciale IL NULLA.

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Informazioni su ilrigosotto

- Stojil, Stojil, tu che mi avevi giurato di essere immortale! - E' vero, ma non ti ho mai giurato di essere infallibile. (D.Pennac, Signor Malaussene)

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  1. Mi sono perso. Ma ne è valsa la pena.

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